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Hukm

2016-07-30
July 30, 2016

 

Così è, se vi pare:

LA VALIDITÀ DELLA JUM`AH

NELLA MOSCHEA DI LECCE

 

Domanda:

Mi è stato chiesto un giudizio (hukm) sulla validità nella Legge della Jum`ah recitata nella moschea di Lecce, dietro Seifeddine Maaroufi, in particolare se la sua devianza (fisq) sia tale da invalidare la preghiera collettiva dietro di lui oppure è solo disdicevole (= affetta da karāhah).

 

Risposta:
 

Nel Nome di Allah, l’Assolutamente Misericordioso, il Più Misericordioso.

Chiediamo ad Allah di inviare al Suo Profeta e Messaggero, il nostro Maestro Muhammad, ai suoi Compagni e alla Sua Famiglia, la preghiera di benedizione e il saluto di pace.

 

Non fosse che più grossa e perdurante fitnah risulterebbe dall’astenersi dal chiarificare la questione, in un’epoca come la nostra dove abbondanano ignoranza, pressapochismo e tracotante argomentazione, e che assai poche sono le penne, fisiche o metaforiche, in grado di indicare la via ai giorni nostri in Italia, avremmo ben volentieri lasciato questo ingrato compito a qualcun altro. In ogni caso, ci limitiamo a segnalare il fiqh sull’argomento e la sua basilare applicazione alla situazione in casu, senza scendere in dettagli, che possono essere tranquillamente estrinsecati in un secondo momento ove richiesto o necessario.

In mancanza di tali oasi sapienziali alle quali ristorarsi e abbeverarsi, prendo un lungo respiro e, affidandomi ad Allah, dico:

 

Come è risaputo, una delle condizioni di validità (shurūt as-sihhah) dell’imamato in preghiera (ovverossia l’imamato minore, a confronto dell’imamato superiore, quello politico) consiste nell’integrità o ‘adālah associata alla preghiera.

C’è un giudizio cementato col tempo nel nostro madhhab Madinese, dopo che alcune opinioni alternative avevano dialogato fra di loro per diversi secoli:

Se la devianza (fisq) di un imam è connessa alla preghiera stessa, come per esempio proporsi o imporsi come imam per orgoglio, vanità, superbia, desiderio di auto-manifestarsi, elevarsi al di sopra degli altri e considerarsi superiore, la preghiera guidata da tale persona è invalida, contrariamente ad una persona la cui devianza è connessa a qualcosa di esterno alla preghiera stessa, per esempio qualcuno che maltratta i propri genitori o beve liquori, oppure un’autorità tirannica, come nel caso di al-Hajjāj b. Yūsuf dietro al quale ha pregato ‘Abdullāh b. ‘Umar.

 

Cfr. An-Nafrāwī: Al-Fawākih ad-Dawānī

Ahmad ad-Dardīr: Ash-Sharh al-Kabīr

Faysal Bel`īd al-Bijā’ī: Al-Qawl at-Tamām fī Masā’il al-I’timām wa-Tasarrufāt al-Ma’mūm wa al-Imām

Abū Sulaymān al-Mukhtār b. al-‘Arabī Mu’min al-Jazā’irī thumma ash-Shinqītī: Al-Manāhil az-Zulāliyyah fī Sharh wa-Adillah ar-Risālah

Ahsan Zaqqūr: Fiqh al-‘Ibādāt wa-Adillatuh ‘alā Madhhab as-Sādah al-Mālikiyyah

 

Ora, chiunque, vivendo a Lecce, abbia conosciuto o abbia avuto a che fare con Seifeddine Maaroufi, sa che tale giudizio, adottato dai sapienti più recenti del madhhab come la posizione assodata, si adatta a lui come il guanto in una mano della stessa misura, quasi fosse stato stilato e chiarificato dai nostri predecessori avendo specificatamente lui in mente, a mo’ di paradigma o esempio antologico.

Le illustrazioni concrete al proposito sono innumerevoli e tutte convergenti, e a menzionarle tutte si fa male al cuore di chi le scrive e di chi le legge.

Il suddetto Maaroufi ha creato una situazione, centrata su una piccolissima combriccola di seguaci e l’approvazione mediatica dei kāfirūn locali, dove lui considera la moschea (la casa di Allah), letteralmente la sua proprietà e quella della sua associazione, “Noi Salento”, tramite la quale ha monopolizzato i fondi per la moschea stanziati dalla Fondazione Qatar per mano dell’Ucoii, sistematicamente escludendo qualsiasi voce altra, compresa quella di persone largamente più esperte e sapienti di lui, chiudendo con vigore la possibilità di un imamato partecipato e di una guida condivisa nella moschea, aperta a tutte le etnie principali, rifiutando apertamente e sistematicamente ogni richiesta di confronto e dibattito interno per ridisegnare le gerarchie della moschea in modo equo, osteggiando qualunque altra personalità o iniziativa, locale e regionale, che non fosse la sua, semplicemente per il fatto di essere vista come “in competizione e in contrapposizione con la sua persona”, in un'esplosione patologica di megalomania incontrollata, e presentandosi ai media e alle autorità della città, della provincia e della regione, come “l’Imam di Lecce e del Salento” tout-court, e l’unica guida spirituale, la sola voce comunitaria in capitolo per tutto il territorio, e insultando senza remora alcuna il Dīn di Allah dichiarando pubblicamente che il suo imamato della moschea (ma naturalmente non guida la congregazione nelle cinque preghiere quotidiane) era fondato su un giuramento di fedeltà (bay`ah) da parte dei quattro gatti che gli gironzolano intorno e che con ogni probabilità derivano da lui dei benefici di ordine economico, come se esistesse nell'Islam un tale giuramento a favore dell'imam di una moschea!

Sulla base perciò del giudizio più indulgente e permissivo nel madhhab, l’imamato di Seifeddine Maaroufi, e la preghiera congregazionale da lui guidata, Jum`ah inclusa, sono invalidati dalla Legge.

 

Vi sono poi pareri più rigidi all’interno del madhhab.

Khalīl, per esempio, afferma nel suo Mukhtasar che la preghiera guidata da un deviato (fāsiq) nelle sue membra, cioè nelle sue azioni (fornicazione, adulterio, calunnia, consumo di alcol ecc.), è priva di validità.

Ibn Abī Zayd al-Qayrawānī, luminoso sapiente di una Tunisia ben diversa, ed autore della benedetta Risālah, era dell’opinione, espressa in una sua fatwā, che la preghiera dietro una persona nota per la sua propensione alla menzogna o dietro un calunniatore che rappresenta le cose falsamente, trasmette messaggi e dichiarazioni distorcendoli per seminare corruzione e zizzania, ed origlia celato alla vista, è invalida.

C’è un elenco vastissimo, interminabile, che si allunga di settimana in settimana, di episodi che dimostrano fuori di ogni ragionevole dubbio che il Maaroufi pratica tali modus operandi con pervicacia, come fossero per lui seconda natura, pur di preservare il proprio status pubblico di unico portavoce ufficiale della comunità islamica di Lecce.

Siamo arrivati ai bassi inferi di calunnia in senso di qadhf passibile di sanzione obbligatoria (hadd) nel Dār al-Islām, cioè un peccato maggiore (kabīrah) riconosciuto come tale da tutti i musulmani, e forse anche quella è solo una fermata verso recessi di viltà ancora più reconditi.

Nel madhhab, troviamo anche il parere per cui la preghiera dietro un imām che ha perpetrato un peccato maggiore (kabīrah), come calunnia, furto, adulterio e così via, va ripetuta “abadan”, un’espressione giuridica che significa “sia che il tempo per tale preghiera non è del tutto passato e sia che è terminato e la si deve recuperare in seguito”. Ibn Buzayzah, sapiente tunisino che scrisse un famoso commentario su “At-Talqīn” del Giudice ‘Abdu’l-Wahhāb al-Baghdādī, l’ha definito il “mashhūr” della scuola in questa mas’alah.

Il filosofo Ibn Rushd, nel suo testo di fiqh comparato “Bidāyah al-Mujtahid”, ha detto che giuristi della scuola si sono differenziati sulle basi seguenti (in coppie di pareri):

-         Chi ritiene che la persona guidata in preghiera (ma’mūm) necessiti solo di un imam che renda valida la sua stessa salāt (e abbiamo visto che in ogni caso il Maaroufi non supera questo test morbido), e chi invece equipara la preghiera alla testimonianza, invalidando perciò l’imamato del deviato (fāsiq) (tanto meno è in grado di superare questa prova più stringente, essendo la sua testimonianza inammissibile in una corte islamica, su basi multiple).

-         Coloro che distinguono fra una devianza chiara e perentoria (come nel nostro caso) e una che necessita di un’interpretazione estrinseca, invalidando la preghiera nel primo caso ma non nel secondo.

-         Altri che, in modo consimile, distinguono fra un fisq generalmente comprovato, in quanto tale devianza non lascerebbe spazio legittimo ad alcuna interpretazione, come nel nostro caso, e uno da comprovare.

Come detto, però, i giuristi temporalmente più vicini a noi hanno modellato un giudizio universalmente supportato ai nostri giorni, quello che abbiamo presentato in apertura. Gli altri fattori squalificanti sono considerati causa di riprovazione (karāhah) della preghiera dietro un imam deviato la cui deviazione (peccati mortali, mendacità, ecc.) è connessa “alle membra del corpo”.

 

 

Adottando altre posizioni sapienziali legittime e validate all’interno della scuola, si aggiungerebbero altre ragioni all’invalidità della Jum`ah celebrata nella moschea di Lecce.

Attenendoci però al giudizio famoso (mashhūr) della scuola, tali ragioni sono concause plurime della riprovazione (karāhah) dell’attuale imām khatīb e della Jum`ah da lui guidata.

 

Lo diciamo tristemente, senza leggerezza o soddisfazione, poiché vorremmo che ogni Jum`ah fosse valida e benefica. Tantomeno lo diciamo per attizzare fitnah, ché anzi la fitnah risiede tutta nel perdurare di questo deleterio imamato. 

 

 

Queste sono constatazioni oggettive, scritte senza alcuna acrimonia al vetriolo o impeto denigratorio, a cui bisognerebbe aggiungere parole come “purtroppo, e ce ne dispiace”.

Sono elementi appena tratteggiati e obiettivamente necessari per inquadrare il fenomeno su cui ci viene richiesto un giudizio.

Quello che ho notato è che i leccesi, e i salentini in generale, hanno un interesse più che anoressico per la musica eccelsa, per la buona letteratura e anche, in larga parte, per il cinema di qualità.

Al contrario, hanno un appetito quasi bulimico, a parte per i cantanti pop da rotocalco, per il teatro e lo spettacolo teatrale in tutte le sue forme, dalla strada ai Politeama.

Hanno come un gusto ancestrale, risalente fino alla Magna Grecia, per la rappresentazione, la scenografia, il contrasto dinamico fra verosimiglianza e accattivante finzione, l’apparire attraverso maschere che mediano fra l’essenza intima dell’essere umano e la sua proiezione pubblicamente percepita.

Il successo travolgente registrato dalla figura vescovile di Maaroufi fra i cristiani e post-cristiani del Salento, esattamente proporzionale al suo devastante insuccesso fra i musulmani di quegli stessi luoghi, è dato proprio dal fatto che incarna alla perfezione (e sapientemente perfezionata) la maschera del buon musulmano immigrato, tronfio e untuoso, sì, ma in fondo benevolo e rassicurante (per la popolazione autoctona spaventata dallo sciamare di praticanti dell’Islam).

 

In conclusione:

La preghiera della Jum`ah nella moschea di Lecce è sia legalmente invalida (lā tasihh) che riprovevole (makrūhah), e va ripetuta, che ci sia ancora o no il tempo per la stessa.

 

Quali passi adottare?

·        Aprire una nuova moschea, estesa a tutte le etnie, su base partecipata, con un imamato condiviso e almeno quattro imam-oratori che si alternano fra di loro, rappresentativi di tutti i segmenti della popolazione musulmana leccese, senza nessun "gran maestro" ad attirare un'attenzione univoca ed ossessiva.

·        Nel frattempo, pregare Zuhr a casa, poi recarsi alla moschea per fraternizzare con i musulmani e, qualora necessario, proiettare in tal modo all’esterno un’immagine non conflittuale della comunità islamica locale.

 

Il successo viene da Allah.    

 

 



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